Da Muji… a lezione di economia!

6 febbraio 2014

mujiNon so voi ma io adoro Muji. Quando entro in uno dei suoi negozi ho la percezione (illusoria?) che la mia casa possa essere un posto migliore, dove tutto è in ordine e ogni categoria di roba inutile, accumulata negli anni, ha un suo contenitore. Non c’è logo, e non ci sono pubblicità ma la realtà è che alle spalle di questa filosofia c’è un personaggio molto interessante: si tratta di Kenya Hara, direttore artistico e consulente per il marchio dal 2002, oltre che uno dei maggiori designer del Giappone. È una di quelle persone che vanno ascoltate per crescere, per farsi un’idea della direzione da prendere. L’ho scoperto curiosando in una intervista rilasciata lo scorso gennaio al Japanese Times in cui ha detto ciò che pensa sul futuro del design giapponese che a ben vedere, si trova in una situazione simile al made in Italy. Entrambe le realtà industriali poggiano su una lunga tradizione manifatturiera, ed entrambe si trovano a fronteggiare un forte calo produttivo, a seguito del dirottamento delle linee di produzione verso paesi in cui la forza lavoro ha un costo ridotto. “Questo settore sta raggiungendo la sua fine – ha spiegato Hara – stiamo attraversando una fase di cambiamento, che va dal dover creare prodotti a dover creare valore”. Per chiarire meglio il concetto Hara fa l’esempio dell’Emmental: quando ne mangiamo un pezzo, non si tratta solo di latte coagulato che proviene dalla Svizzera, ma anche di cultura. Ed è lo stesso che avviene con il vino francese e con la nostra pasta. “Quando pensiamo a una risorsa – prosegue – ci vengono in mente le cose materiali. Ma una risorsa può essere anche estetica o culturale”. E nel caso specifico del Giappone (ma anche dell’Italia) questo valore risiede nello stile di vita che, secondo il designer, costituisce il valore aggiunto delle produzioni del paese. Hara indica quattro parole chiave: sensai (delicatezza), chimitsu (precisione), teinei (chiarezza o attenzione al dettaglio) e kanketsu (semplicità). Esempi lampanti e concreti di questo valore sono i ryokan: gli hotel più lussuosi del Giappone non sono i resort a 5 stelle ma gli alberghi tradizionali e molto essenziali che racchiudono in sé proprio le quattro caratteristiche appena indicate.
Del resto, proprio il ministero giapponese dell’economia e dell’industria ha lanciato negli ultimi anni il progetto Cool Japan per trasformare la cultura in settore trainante del paese ed esportare non solo cartoni animati e fumetti, ma anche arte, design, moda. Un’iniziativa interessante e d’avanguardia che allo stesso tempo tutela la tradizione e da slancio all’industria. Forse anche noi, invece che invocare cassaintegrazione a oltranza dovremmo imparare a convertire le produzioni e creare valore, prima che vada tutto perduto mentre eravamo intenti a lamentarci di come vanno male le cose.

Kenya Hara

Kenya Hara

Roberta del Vaglio

robertadelvaglio@dailyapple.it