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Luca Nichetto, sulla responsabilità del designer

L’architetto veneziano trapiantato a Stoccolma che crede nella responsabilità del designer e in un futuro di qualità

Non ho mai incontrato Luca Nichetto ma mi hanno detto che è molto alto. E infatti, quando l’ho intervistato, mi ha raccontato che giocava a basket. Le persone alte mi mettono sempre un po’ a disagio, perché devo tenere la testa inclinata per guardarle in faccia. Quindi , è stato un bene che lui si sia fatto intervistare via skype, così vedevo solo il suo mezzo busto. E niente disagio.

Nato a Venezia 42 anni fa, Luca Nichetto si laurea in architettura nel 1998. Da quel momento, il suo percorso professionale è un susseguirsi di collaborazioni con i marchi più prestigiosi del design internazionale: Foscarini, Cassina, MDF Italia, Coedition, Bosa, Casamania, Venini per citarne solo alcuni. Nel 2006 ha fondato il suo primo studio, nella sua città d’origine, nel 2011 ha fondato il suo secondo studio a Stoccolma (il perché lo dirà nell’intervista).

Il perché della Svezia
Nonostante i paesi scandinavi siano noti per l’influenza che esercitano sul gusto in tema di interior design, non è per questo che Nichetto ha scelto di aprire il suo studio a Stoccolma, mentre la maggior parte dei giovani designer si concentrano su Milano: «la verità – racconta – è che qualche anno fa ho conosciuto una ragazza, che poi è diventata mia moglie, e lei è svedese. E la mia esperienza dimostra che non occorre che tu sia in un luogo specifico se vuoi fare il tuo lavoro. Puoi essere ovunque».

Designer sulla ribalta
Nichetto è un designer affermato, il suo volto è conosciuto e sui social network va forte. È un destino comune a molti della sua generazione: i designer non sono più dietro le quinte ma vengono lanciati, dalle aziende stesse, sulla ribalta. «Siamo delle piccole aziende anche noi e la visibilità ci da l’opportunità di farci conoscere – commenta – anche se questo comporta la necessità di gestire un aspetto extra del lavoro. Noi siamo delle persone, e le persone sono fatte di storie e di aneddoti, mentre le aziende sono delle entità, e sempre più raramente si identificano in un titolare, in un imprenditore che sia il loro volto. Oggi la maggior parte delle aziende ha una gestione manageriale e per questo ha bisogno del designer anche per dare identità all’azienda stessa. Tuttavia, al consumatore non interessa chi abbia disegnato l’oggetto. Forse l’unico che ha questo tipo di impatto è Philippe Starck, noi altri siamo fighi nel nostro piccolo ambiente e basta».

La questione della qualità
In fase di acquisto, secondo Nichetto, l’utente non si fa condizionare dal nome del designer, tuttalpiù da quello dell’azienda. Ma oltre al brand, come può l’utente capire se ciò che ha di fronte è di qualità? «Siamo stati spinti verso un’idea di consumismo e possibilità di possedere qualcosa che negli anni ’70, quando c’è stato il boom del design italiano, non c’era – osserva Nichetto. All’epoca, all’idea estetica si associava anche un’idea di qualità. Adesso si è diffusa un’idea di design a buon mercato, che ha portato a una complessità del mercato stesso, perché l’utente finale non riesce più a identificare la qualità. Ma secondo me a breve si cercherà di lavorare meno sulla massa e più sulla nicchia, educandola ad apprezzare la qualità del prodotto. Come sta già succedendo nella moda, si preferirà un prodotto sartoriale, che costa di più, ma è fatto su misura per te e potrà durare anche vent’anni».

La responsabilità del designer
In un contesto di design usa e getta, in cui si insegue lo stile a discapito della durevolezza dell’arredo, anche il designer può avere la responsabilità di “guarire” queste dinamiche «Sono pochi i designer che conoscono le proprie responsabilità: c’è chi fa design e chi fa stile, che sono due cose diverse. Se sei designer hai una responsabilità in ogni gesto progettuale che tu fai. Quello che io sento di voler fare è dare del lavoro a dei piccoli artigiani, ad esempio. E di connettere una serie di fornitori con un’industria che possa consentirgli di avere un certo tipo di guadagno. Non solo per valorizzare un saper fare ma anche perché se non supportiamo queste figure nel futuro scompariranno, e con loro scompariranno lavorazioni, storie e tradizioni che i nostri figli non conosceranno mai.»

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La vetrina di Hermés Hong Kong progettata da Luca Nichetto

Intervista già apparsa su MOHD

Roberta del Vaglio

robertadelvaglio@dailyapple.it